14 Dic 2013 @ 10:19 PM 

… quando

 

ti aspetteresti di attraversare le nuvole

fino a farle sanguinare

di irriderne le forme

facendone membra strappate

e sogni insani

sino a giungere dove

nessun insetto

è mai arrivato

 

 

dic. 2013

 

 

Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 14 Dic 2013 @ 10:21 PM

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 20 Feb 2013 @ 10:44 AM 

 

Erano così pronti.

 

Così stretti.

 

Protesi innanzi al proprio futuro, figure minute tese a spiccare il balzo verso la conoscenza,

la forza,

i sogni,

la libertà.

 

 

Il nulla.

 

Potresti, forse saresti

 

Ma non lo desideri abbastanza.

 

Feb. 2013

 

 

 

Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 21 Feb 2013 @ 11:57 AM

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 04 Gen 2013 @ 1:01 PM 

 

 

Quando credi di aver capito,

siediti.

 

E voltati.

Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 04 Gen 2013 @ 01:01 PM

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 27 Nov 2012 @ 12:53 PM 

 

 

Era sempre in ritardo per principio, ritenendo che la puntualità rubasse il tempo.  [O. Wilde]

 

 

Percorro la via, un passo dopo l’altro. E’ uno spettacolo osservare bipedi lanuginosi muoversi di fretta,

fra un marciapiede e l’altro, con le ali ai piedi, per poi fermarsi davanti ad una vetrina. Occhi stampati sulla fotografia di
seicentonovantasette centimetri quadrati, dove una scarpa numero novantatré – dimensioni stimate
al lordo della parallasse – viene presentata come la scoperta della vita su Venere.
Sfondo del colore del cielo di Pavia, durante una serena giornata d’autunno.

Ha un che di miracoloso, già di per sé.
E sotto, la descrizione: caratteristiche prestazionali innovative.
Cuoio che non è cuoio, ma tecnologia al servizio delle vesciche.
Suola che non è suola, ma sogno traspirante che polverizza quattro millenni di dignitosa ricerca
e sviluppo sugli unguenti dedicati alle estremità inferiori.
Lacci che non sono lacci, ma nessuno ha ancora capito cosa siano.

Calzature perfette, se utilizzate moderatamente, seguendo le istruzioni del foglietto
illustrativo.
Pubblicitari, onore al merito.
Dovrei sbrigarmi, sono in ritardo.
La tentazione di accelerare il passo è forte, ogni resistenza sembra venir meno. La coscienza
sussurra parole gentili, con voce melodiosa.
Pensa a chi ti sta aspettando da venti minuti, viscido infame. Ti credi importante?
Vabbè, mi dispiace. Non è bello farsi aspettare, non voglio mancar di rispetto, no.
E’ che si chiamano minuti a causa della loro breve durata, non posso farci nulla. (S)corrono,
ed io inseguo.
Mi sono distratto solo per un istante: guardali, si sono così presi dall’obbligo morale di
impegnare il proprio tempo che scordano di pensare a come potrebbero impiegarlo per pensare.
Non cambiare discorso. Perché devi tardare?
Ecco. Lo eviterei, se potessi. Se il tempo fosse qualcosa di divino, trascendente, immutabile,
lineare, gli uomini si incontrerebbero esattamente nel medesimo istante. Abbiamo un appuntamento?

Bene. Pof! E siamo lì, quando volevamo, dovevamo esserci. Ed invece non funziona così, è soltanto una convenzione

che si cerca di rispettare alla meno peggio.
Intanto gli altri, persone puntuali, sono arrivati, e tu?
Sto andando, faccio quello che posso. Ecco, è un fenomeno di deviazione dello scorrere del tempo
soggettivo. Volevo essere lì, ma non ci sono ancora.
Sarebbe bastato partire prima.
Ci ho provato. Tu lo sai, l’hai visto. Volevo, credevo, ero pronto in tempo, avevo preparato
tutto nei minimi dettagli… e poi è successo.
E’ successo cosa?
Quel che accade sempre. E’ trascorso un istante, un respiro, la corsa di una goccia dal rubinetto
 al lavandino. E mezz’ora è scomparsa così, senza lasciar traccia. La cercherei, se soltanto ne
avessi il tempo.
Pensaci bene, qualcosa avrai pur fatto in quel periodo.
Non posso, ho la coscienza dissociata.
Esattamente, dissociata dal tuo ritardo cronico.
Appunto. L’hai detto, è cronico. Ha a che fare cogli Achei, il tempo e lo spazio. Il resto è
sempre la stessa solfa, contraffazione di leggi fisiche per intervenire sulle abitudini umane.
Vaneggi. Il tuo è un rifiuto verso la società organizzata, un moto di ribellione.
Ma sì, mi legheranno ad un tavolo e mi uccideranno lentamente, mentre griderò qualcosa circa la
libertà e l’indipendenza di Scozia. O, forse, dormirò.
Stai evitando l’argomento, non sei serio.
Sei la mia coscienza, che cosa ti aspettavi? Un invito a cena? Mica ti stai rivolgendo a te
medesima.
Forse.
Forse cosa? Sei convinta di parlare da sola?
Parlavo dell’invito a cena. Sei in ritardo, devi sentirti responsabile.
Mi sento in colpa. In colpissima, vorrei dimostrartelo, ma non dispongo di sale grosso. Però
questo non interviene sullo stato dei fatti, sono in ritardo, ne prendo atto, elaboro il lutto
e lo digerisco.
E’ soltanto un’altra scusa.
Certo. Devo trovarne una: uscire a cena con coscienza è una contraddizione in termini, quantomeno
per quanto concerne la spesa.
Non hai risposto a ciò che ti ho chiesto. Nemmeno una volta.
Certo. Frattanto sono arrivato. Visto come scorre via, il tempo? Ho mancato solo di poco la
puntualità, e tutto a causa della foto di un paio di scarpe.

Mi pare scusabile.

 

 

Nov. 2012

 

Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 23 Gen 2013 @ 08:26 PM

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 09 Giu 2012 @ 1:32 PM 

Cinquw minuti [Di cose banali e inutili] Part. II

 

 

 

“Sei disposto a fingere?”

 “Fingere di fare cosa?”

 “Ogni cosa. Fingere come un lampione che alla notte racconta d’aver colto la luce della luna.

Fingere come i cavalli d’una carrozza nel favellar d’aver vinto mille corse. Sei pronto a dimenticare per sempre chi sei?”

 “Non l’ho mai saputo.”

 “Chi sei?”

 “Chi sono.”

 “E non avresti mai desiderato saperlo?”

 “Ho sempre sperato d’esser capace di comprenderlo. Da solo.”

 “Vorresti capire chi sei. Proprio ora?”

 “Proprio ora?”

 “Sì, ora che non lo sei più.”

 “Cosa?

 “Ogni cosa. Potrai fingere di esserne una soltanto. Ma per farlo, dovrai esser tutto.”

 “Tutto… nessuno è tutto.”

 “Tu lo sarai. Non potrai fare altrimenti.”

 “Mi chiedi qualcosa di impossibile.”

 “Ne sei certo?”

 “E’ logico. Io non posso. Nessuno può.”

 “E se tu potessi fingere di essere quel nessuno?”

 “Fingere d’esser qualcosa o qualcuno non mi rende in condizione di far ciò che questi

poteva.”

 “Tu credi? Se puoi, è perché la gente crede tu possa. Si aspetta tu possa. E se tu fossi

qualcuno che può, che cosa faresti?”

 

Feb. – Giu. 2012

 

 

Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 09 Giu 2012 @ 01:41 PM

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 05 Feb 2012 @ 2:05 PM 

 

“Alla fine, è soltanto una questione di cuore”.

“Di cuore?”

“Naturalmente. Che altrimenti? Il resto del corpo storpia,
lenisce, nasconde. Ma il cuore no, non dimentica. Dico, hai presente la tua
prima ragazza? Quella tua infatuazione della scuola, ricordi?”

“Certo, ma non ha importanza. Che ne sapresti tu, poi?”

“Quanto basta. Hai ragione, che importa.”

“E’ un muscolo, andiamo, lo sai, la questione è diversa. “

“Diversa. Cristo, come fai?”

“Come faccio?”

“Ad essere così legato alla sola, propria matematica.”

“Se è razionalità non è propria. Nel senso, è oggettiva, non
mi appartiene. Quel che dico è che no, il “cuore” non ha a che fare con tutto
questo. Il primo amore non si scorda mai, si tratta del primo ricordo che il
cervello associa ad un insieme di eventi ed emozioni a questi collegati.
Maggiore è l’intensità di questi eventi, maggiore il numero dei sensi colpiti,
meglio definito e più accessibile risulta il ricordo. Rammenti il profumo che
usava? O quello della sua pelle, o di un fiore che ti ha regalato? O ancora,
una canzone che ascoltavate insieme, il colore di un suo vestito, il tempo che
faceva il giorno che vi siete conosciuti? “

“Sì… certo – pausa – appunto.”

“Bene. Naturalmente. Eppure, quanti anni sono passati?”

“…”

“Non dirmelo, non importa. Tanti. Come fai a ricordare
questo? Credi sia il cuore? Un microchip di memoria nel muscolo cardiaco?” –
voce ironica.

“Sono le emozioni. – contrariata.”

“Sono le associazioni. E’ normale, regolano i nostri
ricordi: eventi forti, che coinvolgono più sensi: tatto, udito, olfatto, vista…
si rendono più facilmente accessibili. E’ fondamentale poi essi non siano
ripetitivi, diversamente perderanno importanza. Ricordi il primo giorno di
scuola? – gesticola, mano protesa in avanti – Certamente. Forse anche l’ultimo.
Eppure, non ricorderai con la stessa precisione tutti gli altri.”

“Questo è ovvio.”

“Certo, ovvio. Ma non v’è cuore in tutto questo. Pompa
sangue, non alimenta sentimenti d’amore.”

“Chiamalo come vuoi. Forse hai ragione, forse gran parte di
ciò che proviamo è pura matematica. Chimica, fisica. Forse anche le emozioni
saranno una semplice reazione elettrica ad una determinata situazione…”

“In un certo senso è così, il contesto determina…”

“Ero retorica. Sto cercando di dire che  non puoi
catalogare ogni cosa alla stessa maniera. Non siamo standardizzati, non siamo
oggetti metallici animati dalla tecnologia, semplici sistemi che processano
informazioni.”

“Be’ non tutti i nuovi prodotti della tecnologia…”

“No, ascolta. Come reagiamo alla bellezza? Non dico di una
persona, ma, per fare un esempio, di un ambiente. Mi trovo davanti ad un
paesaggio fantastico. Perché ne rimango affascinata? Non mi minaccia, non devo
reagire, il mio corpo non ha la necessità naturale di fare nulla…”

“Capisco ma…”

“Per favore… rimango affascinata, davanti al mare, ad una
montagna. Che cos’è? Non si tratta di una reazione difensiva. Provo delle
emozioni. Vorrei coinvolgere gli altri sensi, toccare l’acqua, assaporare la
neve. Sentire il tepore, il freddo, coinvolgermi. Bagnarmi la pelle. E’
qualcosa di più, posso chiamarlo cuore, anima, sentimento, emozione.”

“Non… non sto dicendo che tutto ciò non esista.
Semplicemente ha una spiegazione, tutto qui.”

“Spiegazione. Quale spiegazione potrebbe avere un paesaggio?
Certo, se ti parlassi dell’amore, potresti coinvolgere ormoni, necessità
riproduttive e chissà che altro. Ma un paesaggio? Od una canzone?”

“Lo so, lo so. Ma comprendere e trovare una spiegazione a
tutto questo ci permette di incanalare il nostro vivere, non in senso
restrittivo ma migliorativo, prendendo una direzione per accrescere noi stessi
e le nostre capacità.”

“Già, “accrescere”. Capisco cosa intendi. Il fatto è che,
nel tendere verso un punto, definendolo crescita, non ci chiediamo davvero di
che “crescita” stiamo parlando. Sali le scale, ti avvicini al tetto. Ma è il
tetto di casa tua, il tetto che hai costruito tu. Il cielo non ha tetto.”

 

Febbraio 2012

Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 05 Feb 2012 @ 02:05 PM

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 24 Mag 2008 @ 1:23 PM 

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Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 24 Mag 2008 @ 01:23 PM

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 20 Gen 2008 @ 8:07 PM 

 

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Scritto da: blackcloud
Ultima modifica: 20 Gen 2008 @ 08:07 PM

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 28 Ott 2007 @ 4:41 PM 

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Scritto da: blackcloud
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Apama

 
 22 Lug 2007 @ 7:02 PM 

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Scritto da: blackcloud
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